MARKETS STRATEGY
Il termometro mondiale dell’inflazione sotto la lente delle banche centrali
L’attenzione dei mercati è stata recentemente rivolta ai dati di inflazione e ha suscitato timori, soprattutto negli Stati Uniti, per un imminente cambiamento di rotta nella politica monetaria delle banche centrali. Un’analisi più approfondita dei dati inflazione porta tuttavia a ritenere che, ad oggi, la dinamica dei prezzi non rappresenti un trend in aumento così consistente da indurre ad un inasprimento delle condizioni di finanziamento a breve termine.
L’indice dei prezzi al consumo dell’Eurozona in aprile ha confermato una crescita dell’inflazione dell’1,6% a/a, il livello più alto in due anni. L’aumento è stato guidato principalmente dalla risalita dei costi per l’energia (+10,4% contro +4,3% a marzo) e, ad un ritmo più moderato, dei prezzi relativi a cibi freschi, alcool e tabacco. Tuttavia, l’inflazione core annuale, che esclude i prezzi volatili di energia, cibo, alcool e tabacco e alla quale la BCE guarda nelle sue decisioni di politica monetaria, è scesa allo 0,7% in aprile dallo 0,9% di marzo. Numerosi esponenti della BCE hanno ripetutamente affermato di considerare l’incremento dei prezzi come temporaneo e legato principalmente ad effetti base (il tasso di inflazione di aprile 2020 era lo 0,1%), non tale da modificare l’approccio di politica monetaria in essere.
Il tasso di inflazione annuale negli Stati Uniti è salito al 4,2% in aprile dal 2,6% di marzo, ben al di sopra delle previsioni del 3,6%. Si tratta della lettura più alta dal settembre del 2008. La componente che ha maggiormente contribuito all’aumento è quella legata al prezzo della benzina (+49,6% a/a) ma hanno sorpreso al rialzo anche le componenti connesse alla riapertura delle attività, alle prenotazioni delle vacanze estive e al graduale recupero della mobilità, come i prezzi per le auto usate e i trasporti, i prezzi per gli alloggi non ad uso domestico, le tariffe aeree e i prezzi del noleggio auto. Al netto della componente energy, tutte le altre voci citate rappresentano una quota prossima al 10% del paniere di spesa alla base del calcolo dell’inflazione, ma il loro incremento ha rappresentato circa i 2/3 dell’aumento della CPI headline di aprile. Nella lettura del dato va considerato anche un forte effetto base (il tasso di inflazione di aprile 2020 era lo 0,3%). L’analisi a livello delle singole componenti supporta, dunque, le dichiarazioni della Fed secondo cui il picco di inflazione è da ritenersi temporaneo e destinato a riassorbirsi nel breve periodo verso livelli prossimi al target medio definito dalla banca centrale.

Mentre a livello globale si assiste a crescenti preoccupazioni sul rialzo dell’inflazione, l’indice nazionale dei prezzi al consumo giapponese escluso i beni alimentari è rimasto invariato in aprile al -0,1% a/a mentre la misura core, che esclude food ed energy, è scesa del -0,2% da + 0,3% a marzo. Il motivo principale ddi tale variazione in aprile è da attribuirsi alla riduzione delle tariffe su telefoni cellulari a seguito della politica del governo di contenere i costi di comunicazione: si stima che questo abbia avuto un effetto trascinamento di circa lo 0,5% sull’inflazione CPI che, seppur transitorio, dovrebbe incidere ancora per qualche mese. Alle condizioni attuali la BoJ potrebbe essere l’ultima grande banca centrale a prendere in considerazione l’uscita da una politica monetaria accomodante.
L’inflazione nel Regno Unito è aumentata in aprile di 0,8 punti percentuali all’1,5% a/a. L’aumento dei prezzi dell’energia (+7,5% a/a) ha contribuito maggiormente, per 0,6 punti. I prezzi core (ex food ed energy) hanno contribuito all’incremento della CPI headline solo per 0,1 punti, così come i prezzi dei beni alimentari. Le proiezioni della BoE di maggio prevedono che l’inflazione in UK torni a circa il 2% nel breve, rimanendo intorno all’obiettivo del 2% nel medio termine.
A livello globale non si registrano pertanto situazioni che dimostrino che la ripresa economica in atto stiano generando eccessivi surriscaldamenti nei prezzi a seguito di forti aumenti della domanda. Questo supporta quindi il proseguimento di politiche accomodanti da parte delle principali banche centrali con conseguente attesa di un rialzo dei rendimenti progressivo ma moderato. Uno scenario ancora favorevole per l’asset class azionaria.