MARKETS STRATEGY
A Jackson Hole Powel conferma i rialzi dei tassi “until the job is done”

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A Jackson Hole Powel conferma i rialzi dei tassi “until the job is done”

Dal 1978 il simposio organizzato a Jackson Hole, Wyoming, dalla Federal Reserve di Kansas City è uno degli appuntamenti più attesi da banchieri centrali, economisti e dalla comunità finanziaria.

Il simposio di quest’anno si è focalizzato sulle scelte di politica monetaria e fiscale in presenza di vincoli. I partecipanti hanno trattato in particolare dei vincoli economici emersi durante la pandemia: in presenza di un aumento della domanda grazie agli stimoli monetari e fiscali adottati, le strozzature nelle catene di produzione e le carenze di semilavorati e materie prime  hanno limitato l’offerta economica, determinando uno squilibrio che ha spinto l’inflazione al rialzo a livello globale.

Se per i banchieri centrali e gli economisti il meeting è l’occasione per approfondire temi specifici sulle prospettive della politica monetaria, con le conclusioni di diversi nuovi studi scientifici portati all’attenzione internazionale, per la comunità finanziaria l’appuntamento è rilevante per l’abitudine presa negli ultimi anni dai presidenti della Fed in carica di utilizzare questa occasione per lanciare messaggi sulle mosse future di politica monetaria.

Ad esempio, l’allora presidente della Fed Ben Bernanke utilizzò gli interventi del 2010 e del 2012 per anticipare nuovi programmi di stimolo monetario, nello specifico il QE2 iniziato a novembre 2010 e il QE3 di settembre 2012. Janet Yellen utilizzò il simposio del 2016 per porre le basi per la fase di rialzo dei tassi poi iniziata a fine anno e quello del 2017 per distanziarsi dalla retorica anti-regole del presidente Donald Trump.

Jerome Powell, nel 2020 annunciò la variazione del target di politica monetaria dal 2% a un target d’inflazione media del 2% nel medio periodo.

Dopo un  2021 senza spunti particolari, nel simposio di quest’anno il presidente della Fed ha voluto invece puntualizzare che, dati gli effetti negativi del rialzo dell’inflazione sulle scelte di imprese e famiglie, l’istituito centrale USA dovrà continuare ad alzare i tassi fino a quando il «lavoro», ossia il riportare l’inflazione e le aspettative su valori contenuti, non sarà concluso. Powell ha usato l’espressione «until the job is done» per ben due volte, come a rimarcarne l’importanza.

Il presidente della Fed ha anche sottolineato come la dipendenza delle pressioni inflazionistiche anche dai problemi dal lato dell’offerta non dispensi la banca centrale dal compito di riportarle su valori più contenuti, riconoscendo che la politica monetaria espansiva degli ultimi anni è stata una causa rilevante della situazione attuale. Il «lavoro» dovrà, quindi, passare da una diminuzione della domanda, a costo di portare a una crescita economica inferiore al potenziale per un po’ di tempo e anche a rischio di creare dei danni di breve periodo per aziende e famiglie. Infine, con riferimento alle prospettive immediate della politica monetaria ha evidenziato come «un ulteriore insolitamente largo aumento dei tassi possa essere necessario nella prossima riunione», anticipando che anche durante la riunione del 25-26 settembre potrebbe essere deciso un rialzo dei tassi sui Fed Fund di 75bp.

L’intervento di Powell non ha riservato particolari sorprese, confermando l’ipotesi, già in parte scontata dal mercato che la banca centrale statunitense possa non essere ancora pronta ad abbandonare l’orientamento restrittivo. Alla vigilia del simposio le attese degli economisti sui contenuti dell’intervento di Powell vedevano infatti il presidente della Fed confermare il proseguimento della fase di rialzo dei tassi a ritmo spedito nel breve, con i futures sui Fed Fund che scontavano già con il 60% di probabilità un rialzo di 75bp come opzione più probabile anche per la riunione del 25-26 settembre.

I mercati azionari hanno reagito negativamente alle indicazioni arrivate dal presidente della Fed, con i principali indici statunitensi in calo di oltre il 3% che hanno trascinato al ribasso gli altri mercati internazionali. Le vendite hanno riguardato soprattutto le società tecnologiche, che scontano forti tassi di crescita negli anni a venire. In particolare, l’indicazione che la Fed possa ritenere necessario un rallentamento della crescita economica per raffreddare l’inflazione, ha portato gli investitori a scontare una crescita degli utili più contenuta per i prossimi trimestri. Gli investitori hanno preso atto di non poter contare per diverso tempo su una «Powell Put», ossia sull’evenienza che in caso di forte ribasso dei mercati azionari la Fed possa modificare la propria politica monetaria per sostenerli.

Per quanto concerne la reazione dei mercati obbligazionari statunitensi, i Treasury sono stati sotto pressione soprattutto nella parte centrale della curva dei rendimenti. Le emissioni corporate, soprattutto high yield, si sono mosse in linea con il sentiment negativo dei mercati azionari, con aumenti marcati dei premi al rischio. Più moderata è stata invece la reazione a livello di spread sul debito dei Paesi emergenti.

Rimarcando la determinazione della Federal Reserve nel mantenere il proprio orientamento restrittivo per combattere l’inflazione, Powell ha inteso consolidare la credibilità dell’istituto centrale agli occhi del mercato: un rallentamento del mercato del lavoro è necessario e la determinazione della Fed non vacillerà una volta che la disoccupazione inizierà a salire. Con il tasso di disoccupazione (3,5% in luglio) ben al di sotto della stima del Nairu (non-accelerating inflation rate of unemployment) del Congressional Budget Office, ora al 4,25%, la Fed potrebbe decidere di rivalutare la propria posizione di politica monetaria solo dopo una salita del tasso di disoccupazione sopra la soglia del 4,2%.

 

INFLAZIONE TASSI E CRESCITA

(elaborazione fonte interna)

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