L’inflazione e le sue conseguenze
Da diversi mesi il forte aumento dell’inflazione a livello globale è oggetto di preoccupazione sia per gli investitori che per le banche centrali.
Le principali determinanti di tale fiammata inflattiva sono state in primis le strozzature dal lato dell’offerta, non in grado di soddisfare una domanda in forte crescita a seguito della ripresa economica, e in secondo luogo il forte rincaro dei prezzi dell’energia, che ha messo in difficoltà anche alcune grandi economie, come quella cinese, il cui tasso di crescita è stato recentemente rivisto al ribasso. Le principali banche centrali hanno continuato tuttavia a confermare la loro retorica che vede l’impennata inflattiva non strutturale ma temporanea, senza però essere in grado di definire un preciso periodo di rientro di tali pressioni.
L’evoluzione dell’inflazione, più di qualsiasi altro dato macroeconomico, è stato il principale driver che ha influenzato negli ultimi tempi la dinamica dei rendimenti dei titoli di stato sia dell’Eurozona e degli Stati Uniti e, con molta probabilità, l’incertezza sulla temporaneità o meno della del recente aumento dei prezzi continuerà a riverberarsi sulle performance dei titoli obbligazionari ancora nel prossimo futuro.
L’inflazione USA si attesta attualmente ad un tasso annuo pari al 5,4%, un livello che non veniva raggiunto dagli inizi degli anni 90. A seguito dell’impennata inflattiva, le attese di un primo rialzo dei tassi da parte della Fed, stimato fino a qualche settimana fa nella primavera del 2023, sono adesso anticipate al settembre 2022.
Il rendimento del Treasury decennale USA nelle ultime due settimane ha toccato a più riprese nuovi massimi dalla primavera superando il rendimento nominale dell’1,6% prima di ritracciare più recentemente, mentre i rendimenti reali dei TIPS decennali hanno raggiunto il -1,06%. In termini prospettici le attese di inflazione determinate attraverso lo swap 5y fwd 5y si sono portate al 2,57% mentre il tasso implicito di breakeven dei TIPS decennali è pari a 2,62%. Livelli superiori all’average target della Fed.
A settembre la BCE ha rivisto al rialzo le stime di quest’anno relative alla crescita dei prezzi, prevedendo un tasso di inflazione annuo del 2,2% nel 2021, dell’1,7% nel 2022 e dell’1,5% nel 2023. Inoltre, secondo la recente stima di Eurostat, il tasso dell’inflazione è salito al 3,4% a settembre, in aumento rispetto al 3% di agosto.
I rendimenti dei titoli di stato tedeschi a dieci anni si sono recentemente riportati ai livelli di maggio 2021 dopo i minimi toccati ad agosto, mentre l’inflazione espressa dalle breakevens dei titoli legati al tasso di crescita dei prezzi è salita ai massimi pluriennali. In termini prospettici le attese di inflazione determinate attraverso lo swap 5y fwd 5y si sono portate al 1,97% mentre il tasso implicito di breakeven dei decennali tedeschi legati all’inflazione è pari a 1,90%.
In un contesto in cui l’inflazione è vista stabile nel breve periodo se non ancora in rialzo, i tassi reali rimarranno con ogni probabilità estremamente bassi o scenderanno ulteriormente laddove i tassi nominali non evidenzino una coerente tendenza al rialzo. Questo si tradurrebbe in un ribasso delle quotazioni dei titoli obbligazionari a tasso fisso, con effetti negativi sulle performance dell’asset class.
In un tale scenario, le misure per proteggere un investimento obbligazionario dalla perdita del potere di acquisto devono tenere in considerazione due aspetti principali: innanzitutto valutare l’investimento in titoli legati all’inflazione; in secondo luogo il mantenimento di duration ridotte in portafoglio.
Dal punto di vista dell’investimento azionario, per far fronte a un proseguimento di un periodo inflattivo diventa necessario selezionare quelle società con un significativo Pricing Power: grazie all’offerta di prodotti o servizi all’avanguardia, difficilmente replicabili/sostituibili a bassi costi, queste aziende presentano un vantaggio competitivo sostenibile e sono maggiormente capaci di mitigare l’impatto negativo sui margini di una contrazione della domanda e/o di un aumento dei costi delle materie prime e dei prezzi in generale, traslando tale aumento di costi nei prezzi di vendita, senza al contempo ridurre eccessivamente la propria quota di mercato. Una metrica fondamentale per selezionare queste particolari aziende risulta essere il Gross Margin (rapporto tra la differenza tra ricavi e costo del venduto, ovvero il costo per produrre i beni scambiati, e il fatturato): le società che presentano Gross Margin più rilevanti e stabili nel tempo sono anche quelle che più di altre sono in grado di far fronte a un aumento dei costi.

luca andreassi
condivido a pieno la vs analisi