Markets Strategy
Banca Centrali: un panorama sempre più variegato
Il panorama delle politiche monetarie adottate nelle varie economie a livello globale sta diventando sempre più variegato. Le riunioni di marzo di alcune banche centrali hanno, infatti, sancito degli importanti momenti di svolta, aumentando il livello di asimmetria nelle scelte di politica monetaria su scala mondiale.
Ad esempio, la decisione della Banca del Giappone (BoJ) ha segnato un evento storico: il 19 marzo 2024, la BoJ ha posto fine all’era dei tassi negativi come strumento di politica monetaria da parte delle banche centrali, alzando i tassi di interesse per la prima volta dal 2007. Oltre ad aumentare il costo del denaro dal −0,1% all’intervallo 0%/+0,1%, uscendo da otto anni di tassi negativi (Negative Interest Rate Policy, NIRP), il Board ha abbandonato il controllo della curva dei rendimenti sui titoli di Stato a 10 anni (Yield Curve Control, YCC) e bloccato gli acquisti di ETF e J-REIT giapponesi, annunciando che ridurrà gli acquisti di obbligazioni societarie. Saranno invece mantenuti, al momento, gli acquisti di titoli di Stato giapponesi (JGB) per JPY 6 trilioni al mese.
La BoJ ha ritenuto che le misure di politica monetaria sinora adottate (NIRP e YCC) abbiano svolto il loro ruolo e che l’obiettivo di stabilità dei prezzi del 2% possa essere raggiunto in modo sostenibile e stabile nel corso dei prossimi due anni. Ponendo fine a tali misure di allentamento monetario non convenzionali, l’istituto centrale giapponese ha inteso segnalare che è in corso un “ciclo virtuoso” di crescita dei salari e aumento dell’inflazione nel Paese che potrebbe «autosostenersi», alla luce delle negoziazioni salariali per le grandi imprese del Paese che hanno portato quest’anno ad un aumento del 5,3% dei salari dei lavoratori sindacali, il tasso di incremento più alto in 33 anni. Questa tendenza potrebbe diffondersi nelle piccole e medie imprese che impiegano più di due terzi della forza lavoro del Paese.
Al contrario, la Banca Nazionale Svizzera (BNS) ha sorpreso il mercato intraprendendo il 21 marzo, per prima tra le banche centrali occidentali, un taglio dei tassi di riferimento di 25 punti base, dall’1,75% all’1,5%. La decisione è stata possibile poiché il tasso di inflazione del Paese è tornato al di sotto del 2% da diversi mesi, riportandosi nell’intervallo che la banca centrale assimila alla stabilità dei prezzi (0%-2%).
Alcune importanti novità sono emerse anche dall’incontro di politica monetaria di marzo della Banca d’Inghilterra (BoE). Nonostante i tassi di riferimento nel Regno Unito siano stati lasciati invariati al 5,25%, l’istituto centrale britannico ha aperto le porte a possibili interventi espansivi in corso d’anno. Per la prima volta in 30 mesi nessun membro del MPC ha votato a favore di un rialzo, complici i dati positivi sull’inflazione domestica, in calo seppur ancora oltre il target.
Ma l’incontro più atteso dagli operatori finanziari è stato quello della Federal Reserve (Fed). Nel FOMC del 19-20 marzo la Fed ha mantenuto i tassi invariati al 5,25%-5,50% per la quinta riunione consecutiva. La banca centrale ha, inoltre, diffuso le nuove proiezioni economiche trimestrali e le opinioni dei membri del comitato circa il sentiero più appropriato di politica monetaria.
Il messaggio emerso dall’aggiornamento delle proiezioni economiche non è risultato particolarmente accomodante. Infatti, sono state aumentate sensibilmente le stime di crescita per il 2024 e di poco quelle di inflazione, uno scenario che non si abbinerebbe ad un taglio anticipato dei tassi. Nello specifico è stata rivista al rialzo la stima sia sul PIL (da 1,4% a 2,1% per il 2024, da 1,8% a 2% per il 2025 e da 1,9% a 2% per il 2026) sia sul deflatore core (rivisto da 2,4% a 2,6% quest’anno, confermato a 2,2% l’anno prossimo e a 2% nel 2026).
Inflazione e target Banche Centrali
Elaborazione interna Banca Generali
Anche le nuove proiezioni sul sentiero dei tassi, i cosiddetti «Dots», non sono da leggere in ottica così accomodante: la mediana delle proiezioni sui tassi sui Fed Funds è rimasta invariata nel 2024 e coerente con 75 punti base di tagli attesi entro fine anno, ma è stata rivista al rialzo per il 2025, quando si prevedono ora 75 punti base di tagli (anziché 100 come in precedenza). Inoltre, il grafico a punti mostra che, nonostante la mediana delle proiezioni sui Fed Funds per il 2024 sia rimasta invariata, c’è stato uno spostamento delle opinioni in direzione meno accomodante rispetto a dicembre. Due membri continuano a vedere tassi fermi (come a dicembre), ma i partecipanti che si aspettano solo un taglio da 25 punti base sono saliti da 1 a 2, e l’esponente più dovish non si attende più un taglio da 150 punti base ma da 100 punti base; infine, rispetto a tre mesi fa, vi è una maggiore convergenza di opinioni su ribassi complessivi da 75 punti base (9 membri rispetto ai 6 di dicembre).
Le proiezioni, analizzate nel loro complesso, puntano quindi ad uno scenario che potrebbe vedere i primi interventi espansivi da part della Fed anche dopo l’estate e l’ipotesi che i tagli complessivi siano nella misura di 50 punti base anziché 75 punti base appare sempre più verosimile. Soprattutto, le stime di un’inflazione superiore a quanto previsto a fine anno pongono degli interrogativi sul proseguimento fluido del processo di disinflazione in atto oltreoceano. Il tasso di crescita dei prezzi potrebbe stabilizzarsi nell’intorno del 2%-3% nei prossimi mesi per effetto, da un lato, di una crescita superiore alle attese e, dall’altro, di una maggiore incidenza di alcune componenti, come l’energy e i servizi.
Le politiche monetarie adottate dalle varie banche centrali nel panorama globale potrebbero pertanto dimostrarsi nel prossimo futuro sempre meno convergenti, come conseguenza di un contesto inflattivo più variegato e legato alle specificità delle diverse economie. In molti Paesi, soprattutto quelli in cui le attività si dimostreranno più resilienti delle attese, il processo di disinflazione potrebbe essere giunto allo stadio finale ed evolvere in uno scenario di maggiore stabilizzazione del rimo di crescita dei prezzi.
