Markets Strategy
Cina: i fattori da monitorare per capire se il peggio è davvero passato
La ripresa post pandemica della Cina non è stata sinora all’altezza delle aspettative.
Si è assistito infatti ad un rallentamento della crescita economica del Paese, legato da un lato alla debolezza delle esportazioni, che sono state il motore trainante dell’economia cinese negli anni passati, e dall’altro alla fiacchezza dei consumi interni, conseguenza della tipicità del modello economico cinese, che è profondamente diverso da quello che caratterizza la prevalenza dei paesi sviluppati.
Questo quadro di debolezza e di rallentamento più marcato delle attese è stato in parte scalfito dagli ultimi dati economici pubblicati di recente, da cui è emerso che nonostante il ritmo di crescita annua nel terzo trimestre abbia decelerato rispetto a quanto osservato nel 2Q, il Pil è cresciuto più delle stime di consenso e i consumi sono apparsi più tonici che in precedenza.
Se da un lato, infatti, l’economia cinese è decelerata, crescendo del 4,9% a/a nel 3Q rispetto al 6,3% del 2Q, dall’altro ha sorpreso le stime di consensus, che vedevano un ritmo di crescita del 4,5%.
Con il dato del 3Q la crescita cumulata da inizio anno si è attestata al 5,2%, un dato che prelude all’effettiva possibilità che il target di crescita annua del 5% annunciato dal governo sia più che raggiunto anche quest’anno, dato che negli ultimi 3 mesi del 2023 dovrebbero materializzarsi maggiormente gli effetti dello stimolo fiscale del governo.
Tale prospettiva è supportata dal miglioramento degli indici PMI, che sono ad oggi nuovamente tutti sopra la soglia di 50 (la soglia che separa espansione e contrazione del ciclo economico), seppur nel caso del PMI manifatturiero di pochissimo.
Nonostante questo segnale di miglioramento, dall’analisi dei dati di PMI emerge incertezza, che deriva soprattutto da una divergenza tra i dati ufficiali a cura dell’istituto nazionale di statistica (NBS) e quelli elaborati da Caixin. I primi misurano il grado di fiducia delle imprese di maggiori dimensioni, quelle più legate al controllo statale, i secondi invece fotografano il sentiment delle imprese di piccole e medie dimensioni, dove l’ingerenza statale è inferiore. Ebbene, sia per il settore manifatturiero che per i servizi, seppure sia gli indici NBS che Caixin siano risultati a settembre sopra i 50 punti, quelli a cura di NBS hanno mostrato un rialzo mentre quelli Caixin si sono ridotti.
Se si guarda ai dati mensili di settembre si nota che nel mese le vendite al dettaglio sono cresciute ad un ritmo annuale superiore rispetto a quello di agosto, fornendo segnali di accelerazione dei consumi, e battendo le attese. Si tratta di un dato sotto i riflettori perché riguarda proprio la componente che il governo tenta di rinvigorire con i propri interventi di stimolo. Anche non si tratta di un dato storicamente brillante, la rilevazione di settembre ha comunque segnato una discontinuità rispetto alle precedenti, che erano in costante calo. Anche qui, come per i PMI, si nota una divergenza tra il dato annuale e quello mensile, che invece ha segnato un ritmo di crescita in decelerazione, a segnalare che i consumi si stanno sì riprendendo, ma ad un ritmo che potrebbe dimostrarsi molto contenuto.
Un altro dato importante ha riguardato gli investimenti fissi nominali, che a settembre sono aumentati soprattutto per quanto riguarda le imprese statali e per le infrastrutture. Per quanto riguarda gli investimenti immobiliari, invece, questi si sono contratti ulteriormente nel mese, a segnalare il proseguimento delle difficoltà che il settore sta affrontando. Il mercato immobiliare non accenna, infatti, a fornire segnali di ripresa sostanziale. Le vendite di nuove case continuano a diminuire e la domanda di immobili non trova sostegno nemmeno negli incentivi proposti dal Governo. Questo perché la propensione al risparmio in Cina è elevata dopo la pandemia e i consumatori fanno fatica ad immobilizzare i propri risparmi nell’acquisto di un immobile viste le difficoltà degli sviluppatori a consegnare i propri progetti. Anche il progressivo declino della popolazione urbana costituisce un elemento non favorevole per la ripresa del settore.
La situazione inflattiva in Cina è ben diversa da quella che caratterizza le altre principali economie mondiali. Ci troviamo infatti di fronte ad un contesto privo di pressioni inflazionistiche, anzi si può parlare di una certa tendenza alla deflazione nel Paese. L’assenza di inflazione, combinata al rallentamento economico in atto nel Paese, ha portato la People Bank of China (PBoC) ad assumere una politica monetaria accomodante. La PBoC ha provveduto progressivamente ad implementare ripetuti interventi espansivi da inizio anno, agendo al ribasso sia sui tassi di riferimento che sui coefficienti di riserva delle grandi banche, per iniettare liquidità nel sistema e favorire la ripresa.
Elaborazione fonte interna
La politica fiscale è stata anch’essa espansiva ma non su larga scala. Il Governo ha infatti di volta in volta intrapreso azioni mirate, rivolte prevalentemente a rilanciare i consumi o a sostenere il settore immobiliare in difficoltà. Le manovre fiscali sono state mirate anche perché il debito pubblico del Paese ha ormai raggiunto livelli elevati rispetto al passato. Parliamo di un rapporto debito/Pil che ha raggiunto il 90%, un valore contenuto rispetto a quanto è osservabile nelle principali economie mondiali, ma che merita attenzione perché è cresciuto esponenzialmente nel tempo soprattutto per effetto dell’aumento dell’indebitamento dei governi locali, che hanno contratto prestiti attraverso i cosiddetti LGFV (Local Government Financing Vehicles), ovvero prestiti per il finanziamento di infrastrutture e progetti immobiliari garantiti da terreni pubblici.
Le difficoltà che stanno caratterizzando il mercato immobiliare rappresentano una fonte di preoccupazione anche per le finanze pubbliche. Questo perché i LGFV rappresentano gran parte del debito pubblico e, essendo questi debiti garantiti da terreni, la svalutazione delle terre (per la minor richiesta di permessi di costruzione come conseguenza della debolezza della domanda di immobili) potrebbe incidere sulla solidità del debito dei governi locali, che potrebbero progressivamente trovarsi ad avere sempre meno risorse per ripagare i prestiti contratti. Ad oggi nessun governo locale è mai risultato inadempiente nei propri obblighi di pagamento, ma le preoccupazioni degli osservatori sono aumentate e il mercato immobiliare è sempre più sotto i riflettori, non solo per i fallimenti degli sviluppatori immobiliari ma anche per le possibili ripercussioni sul debito dei governi locali.
A margine dell’analisi dello scenario macroeconomico, qualche considerazione va fatta anche in relazione alle tensioni geopolitiche in atto, che, come per il resto del mondo rappresentano una fonte di rischio anche per la Cina. Il Governo cinese è finora rimasto ai margini della scena e ha assunto una posizione fortemente diplomatica, con i suoi maggiori esponenti che hanno rilasciato solo dichiarazioni generiche e rivolte ad un invito al cessate il fuoco immediato. Se il conflitto si estendesse all’Iran, però, la Cina sarebbe più coinvolta, in virtù delle forti relazioni politiche e commerciali in essere tra i due Paesi. L’economia del Dragone è infatti il più grande importatore di petrolio dall’Arabia Saudita e dall’Iran, acquistando oltre il 50% del proprio fabbisogno di commodity dal Medio Oriente): questo aspetto evidenzia il rischio che la potenza asiatica correrebbe nel caso in cui la guerra tra Israele e Gaza dovesse ampliarsi, coinvolgendo altri Paesi limitrofi.
I dati macroeconomici mostrano, dunque, segnali di stabilizzazione dell’attività economica che potrebbero preludere al possibile raggiungimento del minimo del ciclo economico e ad una progressiva ripartenza, che consentirebbe il raggiungimento del target di crescita annuale del 5% stabilito dal Politburo. Tuttavia, persistono elementi di criticità che potrebbero non consentire al Paese di sperimentare nel prossimo futuro tassi di crescita tanto elevati quanto quelli degli anni passati: il calo di fiducia dei consumatori dopo la pandemia sta condizionando le sorti del mercato immobiliare, in difficoltà, e la dinamica dei consumi risulta ancora troppo debole, come testimonia anche l’assenza di pressioni inflattive.
Dal punto di vista della valuta CNY, il proseguimento di una politica monetaria espansiva non favorisce il recupero della divisa cinese. Tuttavia, contro USD il CNY ha raggiunto i minimi dal 2007 e il Governo dispone di ampio margine di manovra per arginare un eccessivo deprezzamento della valuta attraverso la riduzione delle proprie riserve valutarie. Lo scenario più probabile appare dunque quello di una relativa stabilità del cambio USDCNY intorno agli attuali livelli. Meno probabile, almeno nel breve periodo, un apprezzamento della valuta cinese contro USD.
A fronte di tali considerazioni, l’investimento nell’asset class azionaria cinese appare ancora un’alternativa valida. A meno di un’escalation del conflitto in Medio Oriente, la stabilizzazione della crescita economica del Paese potrebbe essere seguita da un ulteriore miglioramento qualora le autorità dovessero continuare a implementare misure a sostegno dell’economia.
