MARKETS STRATEGY
L’ipotesi di soft landing rimane lo scenario economico più probabile
Le stime del Fondo Monetario Internazionale, pubblicate appena lo scorso 16 luglio, confermano la prospettiva per l’economia globale di un consolidamento del tasso di crescita delle attività al livello del 3,2%.
Ciononostante, ad inizio agosto i mercati finanziari si sono dimostrati particolarmente volatili, come riflesso della crescente probabilità attribuita dagli investitori al verificarsi di una recessione globale. Tali incertezze hanno determinato a inizio mese un repentino aumento dell’indice VIX (rappresentativo della volatilità implicita nelle opzioni sull’S&P 500) su livelli che non si vedevano dal 2020, che si è riflesso in una brusca correzione dei listini azionari in molti Paesi.
I timori di recessione sono progressivamente scemati nel corso del mese e le preoccupazioni hanno lasciato spazio ad una maggiore convinzione degli operatori finanziari che lo scenario di soft landing dell’economia mondiale possa rappresentare l’ipotesi più probabile. Il recupero delle borse, che a fine agosto hanno nel complesso riguadagnato i livelli di inizio mese, ne è la conferma.
In un simile contesto, le dichiarazioni dei banchieri centrali, riuniti a Jackson Hole nel Wyoming per l’annuale simposio di economia e politica monetaria organizzato dalla Federal Reserve di Kansas City, sono state analizzate con estrema attenzione dagli osservatori, alla ricerca di indicazioni chiare sulle tempistiche di implementazione e l’entità delle manovre monetarie espansive nelle principali economie, un sostegno chiave per la crescita. Tra le testimonianze in agenda, l’intervento più atteso è stato quello del presidente della Federal Reserve, Jerome Powell. Dopo la conferma, contenuta nei verbali dell’ultimo FOMC di fine luglio, che «la stragrande maggioranza dei partecipanti (…) ha osservato che, se i dati continuassero ad arrivare come previsto, sarebbe probabilmente appropriato allentare la politica alla prossima riunione», gli investitori hanno sperato che Powell potesse far luce sul percorso di politica monetaria dell’istituto statunitense nei prossimi mesi. Powell ha affermato che «è giunto il momento» per un aggiustamento della politica monetaria negli Stati Uniti, ma non ha fornito indicazioni né sul timing dei possibili interventi espansivi alle porte né sulla loro entità: «la direzione del viaggio è chiara», ma «i tempi e il ritmo dei tagli dei tassi dipenderanno dai dati in arrivo, dall’evoluzione delle prospettive e dall’equilibrio dei rischi».
Le parole di Powell hanno confermato che la Federal Reserve manterrà un approccio data dependent, e hanno esposto in modo inequivocabile che, a fronte di pressioni inflazionistiche che si stanno attenuando, è ormai giunto il momento per l’istituto di sostenere la crescita dell’occupazione. Il presidente della Fed ha affermato, infatti, che i rischi al rialzo per l’inflazione sono diminuiti e i rischi al ribasso per l’occupazione sono aumentati. In un simile contesto, l’istituto centrale opererà per sostenere un mercato del lavoro forte e, al contempo, compiere ulteriori progressi verso la stabilità dei prezzi.
Il numero uno della Fed ha dipinto uno scenario di base dell’istituto monetario ancora orientato al soft landing dell’economia statunitense. Secondo Powell, infatti, ci sono «buone ragioni» per pensare che «un’adeguata riduzione della politica restrittiva» possa condurre l’inflazione verso il 2% (che appare sempre più come una soglia minima di riferimento che come un vero e proprio obiettivo da raggiungere in maniera sostenibile) mantenendo un mercato del lavoro domestico forte. Le parole di Powell a Jackson Hole avvalorano l’ipotesi di atterraggio morbido per gli Stati Uniti, la prima economia mondiale, suggerendo che la probabilità che si possa incorrere in una recessione globale rimanga contenuta. Dalla testimonianza di Powell a Jackson Hole è emersa, quindi, la volontà della Federal Reserve di supportare la crescita economica del Paese attraverso il sostegno dell’occupazione. Tali misure saranno implementate già a partire dal meeting del 18 settembre, dove sarà deliberato con ogni probabilità un primo taglio dei tassi di riferimento USA. L’azione espansiva della Fed al prossimo FOMC non dovrebbe, tuttavia, concretizzarsi in un intervento marcato da 50 punti base, quanto limitarsi ad un più moderato taglio dei tassi da 25 punti base.
Alla luce degli attuali dati disponibili, che mostrano un rallentamento della situazione occupazionale negli USA ma non un tracollo, un approccio simile, orientato alla moderazione, dovrebbe essere mantenuto anche nei successivi meeting del FOMC del 2024. Qualora i dati di futura pubblicazione fornissero, al contrario, indicazioni di un «ulteriore indebolimento indesiderato» del mercato del lavoro domestico più accentuato delle attese, l’istituto centrale avrà comunque «ampio spazio» di manovra nei meeting successivi, dato l’attuale livello dei tassi di riferimento.
Nonostante le parole di Powell siano state pragmatiche e orientate alla moderazione, gli operatori finanziari hanno incrementato, seppur marginalmente, le scommesse su un taglio dei tassi a settembre da 50 punti base, eventualità prezzata nei futures sui Fed Funds con una probabilità del 35% (al momento in cui si scrive) circa contro il 25% stimato prima dell’intervento del presidente della Fed.
Tale dinamica ha spinto al ribasso i rendimenti governativi statunitensi, soprattutto sulla parte a breve della curva, con un movimento di appiattimento che ha visto il differenziale negativo 10-2 anni (rispettivamente a 3,83% e 3,86% al momento in cui si scrive) ridursi a livelli prossimo allo zero.
La maggiore probabilità prezzata dal mercato di un intervento espansivo di politica monetaria negli Stati Uniti più ampio delle attese si è riflessa in un andamento positivo degli indici azionari, con l’S&P 500 che è tornato nuovamente a scambiare sui massimi storici.
Le ipotesi di soft landing dell’economia statunitense e di consolidamento della crescita mondiale ad oggi prezzate dai mercati finanziari sono in linea con lo scenario alla base delle attuali scelte strategiche di asset allocation. Si ritiene quindi che, nell’ambito delle soluzioni di investimento, un posizionamento di massimo sovrappeso sulla componente obbligazionaria e di neutralità sulla componente azionaria (con conseguente massimo sottopeso del cash) continui a rappresentare l’allocazione più opportuna nell’attuale contesto economico.

Donato Angelo Palumbo
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