«Never, ever bet against america»: il doppio compromesso con giappone ed europa
Una base comune, due approcci differenti
Nel luglio 2025, gli Stati Uniti (USA) hanno formalizzato due accordi commerciali di portata strategica con Giappone e Unione Europea (UE), segnando una svolta nella politica tariffaria americana.
Il testo completo degli accordi non è ancora stato pubblicato integralmente, ma sono disponibili sintesi ufficiali e dichiarazioni politiche che ne delineano i contenuti principali.
Da quanto annunciato emerge che:
- i due accordi condividono una base comune, ovvero una tariffa fissa del 15% su gran parte delle merci esportate verso gli USA:
- tuttavia, nel caso del Giappone si tratta di una tariffa reciproca, applicabile anche alle esportazioni USA verso il Paese. Nel caso dell’UE, la tariffa sembra essere applicabile solo alle esportazioni verso gli USA (non reciproca);
- l’accordo con il Giappone non prevede particolari esenzioni o eccezioni, mentre quello con l’UE prevede dazio zero su tutta una serie di settori specifici;
- gli accordi confermano le tariffe su acciaio e alluminio in vigore (50%);
- gli accordi prevedono degli impegni accessori aggiuntivi da parte del Giappone e dell’UE nei confronti degli Stati Uniti in materia di investimenti e di accesso ai mercati tra di loro molto differenti.
Accordo USA-Giappone: compromesso necessario
L’accordo commerciale USA-Giappone ha rappresentato per Tokyo una scelta obbligata in un momento di fragilità politica interna. L’intesa ha permesso di evitare un’escalation tariffaria che avrebbe potuto avere conseguenze gravi sull’economia nazionale, ma non ha modificato l’impianto tariffario esistente: si è limitata a ridefinirne la distribuzione settoriale.
La nuova tariffa reciproca fissa del 15% sostituisce il precedente schema asimmetrico, che prevedeva dazi del 25% su auto e componenti giapponesi e del 10% su altri beni. La riduzione nel comparto automobilistico è stata, quindi, bilanciata da un aumento delle tariffe su tutte le altre categorie merceologiche (esclusi acciaio e alluminio, che restano al 50%). Il risultato è un carico tariffario medio invariato (15% rispetto al precedente 14,95%), ma con una nuova distribuzione settoriale che riequilibra gli impatti tra i diversi comparti industriali.
SETTORE AUTOMOBILISTICO: CONCESSIONE STRATEGICA O COMPROMESSO TATTICO?
Il comparto automobilistico rappresenta circa 1/3 delle esportazioni giapponesi verso gli Stati Uniti (USD 50 miliardi su un totale di 148 miliardi nel 2024). La riduzione dei dazi dal 25% al 15% su auto e componenti dà sollievo ad un settore strategico.
Al contempo, il Giappone ha accettato di riconoscere gli standard di sicurezza statunitensi per i veicoli, una concessione che potrebbe agevolare l’ingresso delle auto americane nel mercato nipponico. Tuttavia, la domanda interna di veicoli statunitensi è storicamente contenuta, non tanto per ostacoli normativi, quanto per preferenze di consumo consolidate. Di conseguenza, l’impatto commerciale di questa apertura potrebbe rivelarsi limitato in termini di volumi effettivi a favore degli USA.
SETTORE AGRICOLO: DIVERGENZA TRA NARRATIVA POLITICA E REALTÀ TARIFFARIA
Sul fronte agricolo, l’accordo presenta una dissonanza tra le dichiarazioni statunitensi e la posizione giapponese. Secondo la Casa Bianca, il Giappone si sarebbe impegnato ad aumentare del 75% le importazioni di riso statunitense e ad acquistare USD 8 mld in prodotti agricoli USA; Tokyo ha chiarito che non vi sarà alcuna riduzione tariffaria né modifica delle quote esistenti sul riso, che resteranno all’interno del contingente tariffario già in vigore.
Questa ambiguità riflette una dinamica già osservata nell’accordo commerciale del 2019, che prevedeva un’ampia apertura del mercato agricolo giapponese. I dati storici, tuttavia, mostrano che da allora le esportazioni agricole USA verso il Giappone sono rimaste sostanzialmente stabili. Anche le attuali promesse, pertanto, potrebbero avere un impatto reale limitato e dimostrarsi più simboliche che sostanziali.
INVESTIMENTI GIAPPONESI NEGLI USA: CHIAVE DI VOLTA DELL’INTESA MA TERMINI OPACHI
L’elemento più rilevante dell’accordo è l’impegno del Giappone a investire USD 550 mld in settori strategici statunitensi: energia (incluso LNG), semiconduttori, farmaceutica, minerali critici e cantieristica. Questo pacchetto di investimenti è stato presentato dal Segretario al Tesoro USA come la chiave di volta dell’intesa.
Tuttavia, i termini sono ad oggi ancora opachi: in primis, non è chiaro se i USD 550 mld siano parte del precedente impegno giapponese (aumentare gli investimenti di USD 200 mld, da 800 mld a 1 tln) o se rappresentino nuovi flussi netti; in secondo luogo, mancano dettagli su come questi investimenti saranno strutturati (prestiti, equity, garanzie, etc…) e come i proventi saranno distribuiti (Trump ha affermato che “il 90% dei profitti andrà ai contribuenti americani”, ma non sono noti i meccanismi contrattuali che possano garantire una tale redistribuzione).
Le incertezze di medio periodo non sono dissipate
I termini degli accordi tra USA e, rispettivamente, UE e Giappone lasciano ancora aperti diversi interrogativi. L’introduzione di dazi avrà inevitabilmente un impatto sui margini di profitto delle imprese o sull’inflazione, con effetti ancora difficili da stimare.
L’impatto sugli utili delle società europee dipenderà da diversi fattori. Il primo è la capacità di trasferire l’aumento dei costi sui prezzi negli USA (potere di prezzo). Aziende come Ferrari e Brunello Cucinelli, grazie a una domanda poco sensibile al prezzo, non dovrebbero incontrare ostacoli significativi. Più complicato sarà invece per realtà dal posizionamento meno elevato, come Stellantis o Moncler, che rischiano effetti negativi sulla domanda.
Il secondo fattore sarà la possibilità di spostare la produzione negli USA a costi competitivi, evitando così di incorrere nei dazi. È ciò che stanno valutando, ad esempio, Volkswagen e Mercedes nel settore automobilistico, così come Novartis e AstraZeneca nel comparto farmaceutico.
Infine, un terzo elemento, esterno al controllo delle aziende, sarà l’andamento dell’economia statunitense e le oscillazioni del tasso di cambio EURUSD.
Una prima stima per valutare l’impatto di dazi al 15% sui settori dell’MSCI Europe è stata elaborata dagli analisti di Barclays. In uno scenario conservativo, in cui i dazi provocassero una contrazione del 50% delle vendite negli Stati Uniti, si stima una riduzione della crescita degli utili per azione (EPS) di circa -3,4%, a fronte di un calo delle vendite totali dell’1,3%. L’analisi non tiene conto di variabili come la produzione locale, il potere di prezzo o gli effetti dei tassi di cambio.
Va inoltre considerato che le stime di consenso sulla crescita dell’EPS dell’indice MSCI Europe per il 2025 sono già state riviste al ribasso del -6,3% negli ultimi sei mesi, segnale che lo scenario di dazi al 15% potrebbe essere già in larga parte scontato dai mercati.
Tra i settori più esposti:
- il comparto health care ha la maggiore esposizione al mercato statunitense, ma l’impatto sull’EPS potrebbe essere limitato grazie alla significativa presenza produttiva sul territorio americano;
- tech hardware e construction hanno visto una revisione al ribasso delle stime EPS molto più marcata rispetto all’impatto stimato dei dazi, suggerendo che il mercato abbia già incorporato uno scenario avverso.
- anche auto e capital goods hanno subito forti revisioni, penalizzati dalla limitata produzione negli USA, ma con gran parte del rischio già prezzato.

