Markets Strategy
Stati Uniti: la disinflazione è frenata dai servizi

Dark mode
1 Stella2 Stelle3 Stelle4 Stelle5 Stelle

Markets Strategy
Stati Uniti: la disinflazione è frenata dai servizi

Il dato di gennaio sull’andamento dell’indice dei prezzi al consumo negli Stati Uniti ha fornito indicazione che il processo disinflazionistico oltreoceano sta seguendo un percorso accidentato.

L’indice generale dei prezzi al consumo ha infatti rallentato meno del previsto il mese scorso, dal 3,4% al 3,1% a/a (era atteso al 2,9% a/a), mentre l’indice core è rimasto stabile al 3,9% a/a (era atteso in calo al 3,7%).

Lo spaccato del dato di inflazione ha mostrato un ridimensionamento dei prezzi dell’energia e dei beni ma, al contempo, ha confermato una relativa persistenza delle pressioni sui prezzi relativi ai servizi core (cresciuti di 0,7% m/m e del 4,9% a/a), che rappresentano ad oggi la componente che incide maggiormente, rispetto alle altre, nella determinazione del livello di inflazione nel Paese.

Nel paniere di beni e servizi utilizzati per la misurazione dell’inflazione, i servizi core pesano ad oggi circa il 60%. La componente dei servizi abitativi (shelter) contribuisce, a sua volta, per il 36% circa nella determinazione del CPI headline e il 40 circa% nella determinazione del CPI core. L’andamento dei prezzi dei servizi abitativi è pertanto estremamente importante da monitorare per avere il polso sui possibili sviluppi della dinamica inflattiva nel suo complesso.

Per questo, l’accelerazione dei prezzi dei servizi abitativi (shelter: +0,6% m/m), dovuta sia alla crescita degli affitti figurativi (Owners Equivalent Rent, OER, aumentati di 0,6% m/m), sia degli affitti effettivi (rincarati di un più modesto 0,4% m/m) ha destato crescente preoccupazione tra gli investitori, sollevando dubbi sul proseguimento di un processo lineare di disinflazione.

Gli shelter non rappresentano un indicatore «puro» dei prezzi degli affitti, né sono una misura dell’andamento dei prezzi delle case come investimento immobiliare. Tale voce è per la maggior parte (circa il 75%) composta dagli affitti figurativi, ovvero dal «costo opportunità» che il proprietario dell’alloggio sostiene non affittandolo e occupandolo in prima persona (cosiddetto OER, Owner Equivalent Rent of Residences, o affitto figurativo/equivalente). È quindi influenzata indirettamente sia dal prezzo delle case, sia da altre grandezze quali per esempio i costi per mutui ipotecari. La restante parte (circa il 25%) è attribuibile al prezzo degli affitti veri e propri.

Uno studio della Fed di Dallas ha rilevato una significativa correlazione tra il prezzo delle case e l’andamento della componente shelter del CPI. In particolare, tale studio ha evidenziato che la crescita dei prezzi delle case è stata storicamente utile per prevedere i tassi di inflazione OER con un ritardo temporale di circa 16 mesi.

L’indice S&P CoreLogic Case-Shiller relativo ai prezzi degli immobili nelle 20 principali città statunitensi è tornato a crescere da luglio del 2023, mostrando una rinnovata tendenza al rialzo dei prezzi delle case che potrebbe anticipare una possibile persistenza nei prossimi mesi di pressioni inflattive a livello di CPI, su cui gli OER pesano circa il 26%. Al contempo, gli affitti effettivi negli Stati Uniti, pur ridimensionandosi, non hanno ancora registrato cali significativi poiché i livelli elevati dei tassi sui mutui ipotecari (6,70% è l’attuale tasso sui mutui a 30 anni) continuano ad alimentare la domanda di affitti. Tale dinamica è confermata dalla variazione mensile dell’indice Zillow degli affitti nel Paese, che ha mostrato una tendenza al ribasso negli ultimi otto mesi, registrando tassi negativi da ottobre 2023 fino a dicembre, ma a gennaio 2024 è tornato a crescere dello 0,13% m/m. Da ciò deriva che anche la componente degli affitti effettivi nel CPI potrebbe contribuire ad alimentare ulteriormente la persistenza di pressioni inflattive nei prossimi mesi.

Prezzi dei servizi core ancora vischiosi nei prossimi mesi potrebbero, quindi, portare ad un rallentamento del processo di disinflazione e indurre la Federal Reserve a posticipare nel tempo l’inizio della fase di taglio dei tassi di interesse. Tale prospettiva è in linea con le ipotesi alla base del nostro attuale scenario macroeconomico, che vede un processo di disinflazione disomogeneo e più lento rispetto a quanto sinora osservato, con una possibile svolta nella politica monetaria della Fed solo a partire dalla seconda metà del 2024.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *