MARKETS STRATEGY
Tensioni commerciali e scenari macroeconomici: cosa sta succedendo e cosa ci aspetta
Negli ultimi mesi, l’approccio dell’amministrazione Trump in materia di politiche commerciali si è contraddistinto per una marcata instabilità. Durante la campagna elettorale, era stato proposto un “Modello 60/10”, che prevedeva tariffe del 60% sulle importazioni dalla Cina e del 10% su quelle provenienti da tutti gli altri Paesi. Tuttavia, il cosiddetto “Liberation Day” del 2 aprile 2025 ha segnato un’accelerazione aggressiva, con l’annuncio di un’escalation tariffaria da parte degli Stati Uniti. Le nuove misure hanno comportato un aumento significativo dei dazi sulle importazioni cinesi, innescando le prime contromisure da parte dei Paesi colpiti. L’escalation è poi proseguita con ulteriori misure di ritorsione reciproche tra Cina e Stati Uniti.
Questa fase di forte tensione ha successivamente lasciato spazio a un approccio più negoziale, spinto in parte dalle reazioni “inaspettatamente forti” della Cina e dai segnali di allarme lanciati dalle grandi corporation statunitensi, preoccupate per gli effetti sull’economia reale. Il ritorno al dialogo, previsto nell’Asset Allocation Strategica di Banca Generali per il secondo trimestre 2025, ha portato a sviluppi significativi: tra questi, un accordo bilaterale tra Stati Uniti e Regno Unito e un parziale dietrofront dell’amministrazione Trump su alcuni dazi settoriali, come quelli sull’automotive. Inoltre, è stato annunciato un periodo di sospensione di 90 giorni dei dazi introdotti il 2 aprile, valido per tutti gli altri Paesi fino al 9 luglio.
Un passaggio cruciale è rappresentato dai colloqui di Ginevra tra le delegazioni statunitensi e cinesi. Gli accordi raggiunti hanno riportato le tariffe USA verso la Cina a circa il 40% (comprensive del dazio residuo del 10% dal primo mandato Trump, del 10% di tariffa universale e del 20% sul Fentanyl). La Cina, da parte sua, ha ridotto le proprie tariffe verso gli Stati Uniti al 13%. Le misure concordate resteranno in vigore per 90 giorni, fino al 12 agosto.
Anche la minaccia di introdurre dazi del 50% sulle importazioni dagli Stati membri dell’Unione Europea, inizialmente prevista per il 1° giugno, è stata ritirata, con una sospensione estesa fino al 9 luglio.
Nel complesso, lo scenario attuale – qualora si giunga a nuovi negoziati entro il 9 luglio – si avvicina a un “Modello 40/10”. Se confermato, questo assetto potrebbe attenuare gli effetti negativi delle politiche commerciali statunitensi sull’economia globale, rispetto a quanto previsto nell’ultimo World Economic Outlook (WEO) del Fondo Monetario Internazionale (FMI), pubblicato il 22 aprile 2025. Le stime del FMI, infatti, incorporavano l’escalation del 2 aprile e le prime contromisure, ma non consideravano né la sospensione temporanea dei dazi né gli sviluppi dei negoziati di Ginevra.
Il WEO di aprile prevedeva una crescita globale del 2,8% nel 2025 (in calo di 0,8 punti percentuali rispetto a gennaio), con un rallentamento marcato per Stati Uniti (+1,8%) e Cina (+4%). Particolarmente critiche le previsioni per la Germania (0% di crescita) e per gli altri principali Paesi dell’Eurozona: Italia (+0,4%), Francia (+0,6%), Eurozona complessiva (+0,8%).
Alla luce del nuovo contesto, le prospettive di crescita potrebbero migliorare. Le stime del FMI potrebbero rivelarsi prudenti, con una crescita globale che potrebbe attestarsi tra il 2,8% e il 3,0%, e quella degli Stati Uniti intorno al 2%.
Anche sul fronte inflazionistico, lo scenario “40/10” derivante dagli accordi di Ginevra suggerisce un impatto più contenuto rispetto a quanto temuto con l’applicazione delle misure del Liberation Day. Sebbene gli Stati Uniti restino il blocco più esposto a pressioni inflazionistiche, l’intensità dello shock sui prezzi dovrebbe essere sensibilmente inferiore. La riduzione dell’incertezza dovrebbe inoltre contribuire a un calo delle aspettative inflazionistiche di breve periodo, che avevano recentemente raggiunto livelli elevati.
Parallelamente, l’attenzione dei mercati si è concentrata sulla recente decisione dell’agenzia di rating Moody’s, che ha declassato il debito sovrano statunitense da Aaa ad Aa1, modificando l’outlook da negativo a stabile. La decisione allinea Moody’s a quanto già fatto da Fitch e S&P Global negli anni precedenti.
Il downgrade è giunto mentre l’amministrazione Trump cerca di far approvare al Senato un nuovo pacchetto di tagli fiscali, già approvato alla Camera. Secondo Moody’s, la causa principale del declassamento è l’incapacità dei governi statunitensi di contenere il debito pubblico, che ha raggiunto livelli record. Negli ultimi dieci anni, il debito federale è aumentato a causa di deficit persistenti, spese pubbliche in crescita e tagli fiscali che hanno ridotto le entrate. Moody’s stima che la proroga del Tax Cuts and Jobs Act del 2017 potrebbe aggiungere circa 4.000 miliardi di dollari al deficit primario nel prossimo decennio, portando il debito pubblico al 134% del PIL in assenza di interventi su tasse e spesa.
Gli operatori finanziari guardano ora con attenzione all’approvazione del piano fiscale “One, Big, Beautiful Bill”, che Trump sta cercando di far passare al Congresso. Il Senato dovrebbe concludere l’esame entro fine giugno, con l’obiettivo di approvare il disegno di legge tramite il processo di “riconciliazione” entro l’estate. Il piano prevede, tra le altre misure, un aumento del tetto del debito di 4.000 miliardi di dollari, evitando così un potenziale shutdown del governo federale, stimato dal Dipartimento del Tesoro per agosto.
In questo contesto macroeconomico, potenzialmente meno impattato dalle tensioni commerciali rispetto alle previsioni iniziali, e considerando che le politiche fiscali restano espansive nei principali blocchi economici, si conferma l’asset allocation strategica per il secondo trimestre 2025. Lo scenario continua a supportare una visione costruttiva sull’asset class azionaria, con un’attenzione particolare alla massima diversificazione. Le politiche economiche annunciate dai governi favoriscono anche scelte settoriali mirate: le infrastrutture, in particolare, beneficeranno dei piani di spesa europei, rappresentando sia un’opportunità di medio-lungo periodo sia una protezione dalla volatilità di breve termine.
Sul fronte obbligazionario, si rafforza l’ipotesi che la Federal Reserve non debba intervenire in modo aggressivo sui tassi, mantenendo i rendimenti della curva statunitense vicini ai livelli attuali. La riduzione dell’incertezza, sia sul piano commerciale sia su quello fiscale, dovrebbe contribuire a contenere i rischi legati agli spread. Infine, il calo dell’incertezza dovrebbe continuare a favorire un progressivo rientro del dollaro statunitense rispetto alle principali valute, come l’euro, anche in virtù di un possibile ampliamento del differenziale dei tassi.
