MARKETS STRATEGY
Come cambia l’export di Russia e Ucraina: le conseguenze sui mercati

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Come cambia l’export di Russia e Ucraina: le conseguenze sui mercati

La conseguenza più importante della guerra in Ucraina sono le vite perse e la crisi umanitaria dovuta all’enorme numero di persone assediate e sfollate. Ci sono tuttavia anche numerose e significative implicazioni economiche derivanti dal conflitto in atto: una di queste è l’aumento dei prezzi delle materie prime.

Sebbene le economie di Russia e Ucraina abbiano un peso relativamente esiguo sul Pil globale, esse sono grandi esportatrici di prodotti alimentari, minerali ed energia. Russia e Ucraina insieme rappresentano circa il 30% delle esportazioni mondiali di grano, il 20% di mais, fertilizzanti minerali e gas naturale e l’11% di petrolio. Oltre a godere di riserve di uranio di importanza mondiale, Russia e Ucraina sono anche importanti esportatori di gas inerti come argon e neon, utilizzati nella produzione di semiconduttori mentre la Russia è un fornitore chiave di palladio, utilizzato nei convertitori catalitici per auto, e di nichel, utilizzato nella produzione di acciaio e nella fabbricazione di batterie.

Come ritorsione per l’avvio del conflitto diversi Paesi fra cui Stati Uniti, Gran Bretagna e Canada hanno dichiarato l’embargo alle importazioni di petrolio russo. Al momento l’UE non prevede l’embargo su petrolio e gas russo.

Le sanzioni ai trasporti, alla tecnologia e alle banche stanno già avendo alcuni impatti sui mercati delle materie prime, in particolare sulle infrastrutture di trasporto dalla Russia e sulla possibilità degli acquirenti di petrolio russo di trovare navi per il trasporto del greggio.

Grafico fonte Interna

L’approvazione ritardata (o potenzialmente annullata) del gasdotto North Stream 2 da parte della Germania comporta che i volumi di gas dalla Russia all’Europa continueranno a transitare dai gasdotti ucraini. In un contesto di guerra sul territorio questo potrebbe equivalere ad una potenziale riduzione della fornitura di gas in Europa, elevando i prezzi dell’energia e aumentando il peso dell’inflazione in un contesto già doloroso per i consumatori.

L’entità dell’impatto economico del conflitto è altamente incerta e dipenderà dalla durata della guerra e dalle risposte politiche: è tuttavia altamente probabile che la guerra si traduca in un rallentamento nella crescita globale e, anche attraverso il rincaro delle materie prime, in pressioni inflazionistiche più accentuate.

Le economie europee potrebbero essere maggiormente colpite, penalizzate dalla forte dipendenza energetica dal gas russo; in particolare dovrebbero subire i maggiori impatti le economie geograficamente più prossime al confine con la Russia o l’Ucraina. La crescita degli Stati Uniti dovrebbe essere meno impattata grazie alla minore dipendenza del Paese dalle importazioni di energia e da minori legami commerciali con la Russia. Le economie avanzate nella regione Asia-Pacifico e Latam hanno scambi commerciali più limitati con la Russia; inoltre alcune di esse sono produttrici di materie prime. Questi aspetti potrebbero favorirne la crescita ma l’impatto dell’aumento dei prezzi sui redditi e sulla spesa delle famiglie potrebbe controbilanciarne, o addirittura annullarne, gli effetti.

Una drastica riduzione delle esportazioni di grano dalla Russia e dall’Ucraina comporterebbe gravi carenze in molte economie emergenti e in via di sviluppo. Ci sarebbe un rischio acuto non solo di crisi economiche in alcuni Paesi ma anche di disastri umanitari, con un forte aumento della povertà e della fame. In molte economie del Medio Oriente il grano importato dalla Russia e dall’Ucraina rappresenta circa il 75% delle importazioni totali della commodity.

Lo scenario attuale porta a non escludere il rischio di un ulteriore rialzo dei prezzi del petrolio, guidato dai timori che, In caso di embargo sulle esportazioni russe da parte di altri Paesi oltre agli USA, i Paesi esportatori non siano in grado di compensare la perdita dell’offerta russa, generando un deficit nel mercato della commodity. In questa ipotesi, si mantiene una visione positiva sul settore energy tradizionale.

All’interno del settore si mantiene una visione maggiormente positiva sul comparto della clean energy, che potrebbe beneficiare del mutato scenario economico. Nel breve termine, molti governi potrebbero infatti dover intervenire per attutire il colpo dell’aumento dei prezzi dell’energia sui consumi, oltre che accelerare i piani di investimento per diversificare fonti di energia e aumentare l’efficienza, ove possibile: il settore del clean energy potrebbe quindi beneficiare nei prossimi mesi della destinazione di tali investimenti.

L’oro continua a rappresentare uno strumento di hedging dell’inflazione, oltre che mantenere la propria funzione di diversificazione e stabilizzazione all’interno dei portafogli. L’attuale incertezza della situazione geopolitica porta a ritenere che le quotazioni del metallo prezioso possano ancora essere sostenute dal sentiment di risk-off che caratterizza il mercato, in assenza di spiragli diplomatici che possano raffreddare le tensioni in atto.

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