Il Consiglio Europeo è in ritardo all’appuntamento con la storia
Lo shock economico dovuto al diffondersi del virus a livello mondiale è senza precedenti. Le stime di Goldman Sachs sul PIL parlano di un calo negli Stati Uniti del 34% annuo e di oltre il 40% in Europa, con un tasso di disoccupazione atteso negli USA al 15% entro giugno.
Ma ci sono anche buone notizie: sempre secondo Goldman Sachs, il crollo sarà seguito da una ripresa sostenuta, con “segnali incoraggianti” in arrivo dalla Cina e da alcuni Paesi dove la produzione e la domanda si stanno già riprendendo.
Rispetto alla crisi del 2011, tutti gli economisti concordano sul fatto che oggi più che mai ci sia bisogno di un forte intervento pubblico, per evitare costi socio-economici enormi. E in tal senso i segnali sono incoraggianti alla luce delle manovre di politica monetaria e di stimolo fiscale attuate in ogni parte del mondo, notevoli sia per dimensioni che per rapidità.
In poche settimane la Fed ha intrapreso più azioni che nell’intera crisi finanziaria globale e anche la BCE ha mostrato maggiore velocità e flessibilità rispetto al passato.
A tutto questo vanno ad aggiungersi gli interventi di stimolo decisi dai governi che – sempre secondo le stime – ammonterebbero complessivamente al 3,5% della crescita del Pil globale.
In questo scenario, unico grande assente appare fino ad oggi il Consiglio Europeo. Nonostante il presidente belga Charles Michel parli di “strategia comune e solidarietà” come unica strada percorribile, Ursula von der Leyen chieda scusa agli italiani in una lettera aperta su Repubblica e il commissario Dombrovskis apra alle misure per gli Stati economicamente più fragili, i fatti raccontano di due fronti divisi e contrapposti: da una parte il drappello dei nove stati capitanati da Italia e Francia che chiedono a gran voce l’emissione di eurobond per finanziare l’emergenza, dall’altra la Germania, l’Olanda e e i paesi del nord Europa, disposti al massimo a concedere aiuti tramite il MES, l fondo “salva Stati” di 500 miliardi di euro, il cui fine però è quello di rispondere a shock asimmetrici che colpiscono uno o un ristretto gruppo di Paesi, con vincoli di utilizzo incoerenti rispetto agli attuali bisogni.
Una cosa è certa: i leader dei 27 stati membri devono trovare una soluzione e lo devono fare velocemente. Pena la tenuta stessa dell’attuale assetto politico europeo.


