Market Strategy
Stati Uniti: un avvio incoraggiante grazie alle banche e ai settori più innovativi
La stagione delle trimestrali di Q4 2025 si è aperta, come di consueto, con i risultati delle grandi banche americane, offrendo da subito un quadro piuttosto nitido. Nel complesso, le pubblicazioni confermano un settore finanziario ancora solido. Alcune banche hanno superato le attese grazie a ricavi robusti e a un’attività di mercato vivace, mentre altre hanno visto la redditività appesantita da costi straordinari, pur senza evidenziare criticità strutturali.
JP Morgan ha superato le stime sia sul fronte dei ricavi sia degli utili, sostenuta dal buon andamento del trading e da un margine d’interesse ancora consistente. Bank of America ha riportato una crescita equilibrata, con segnali di miglioramento dell’efficienza operativa, mentre Citigroup ha sorpreso positivamente grazie ad accantonamenti più contenuti. Sul versante opposto, Wells Fargo ha risentito dei costi di ristrutturazione che hanno temporaneamente compresso la redditività. Anche realtà più esposte alle dinamiche di mercato come Goldman Sachs hanno registrato un trimestre brillante, sostenuto dal trading azionario e dalle attività di asset e wealth management. Infine, BlackRock ha confermato un andamento solido, favorito da forti flussi in entrata, soprattutto nel segmento ETF.
Se allarghiamo lo sguardo oltre il comparto finanziario, le previsioni degli analisti per il quarto trimestre del 2025 indicano una crescita degli utili vicina al 9% per l’S&P 500. A trainarla è soprattutto la tecnologia, con utili attesi in aumento del 26,5%, affiancata dai materiali (+8,2%), dai communication services (+7,3%) e dai financials (+6,7%). Al contrario, i consumer discretionary (–2,8%) e gli industrials (–1,7%) dovrebbero mostrare un andamento più debole.
La tecnologia mantiene dunque una dinamica superiore agli altri settori, sostenuta in particolare dalle società a maggiore capitalizzazione. E secondo le stime degli analisti, nel 2026 sarà ancora l’info tech a guidare la crescita degli utili (+29%), affiancata dal recupero dei settori più ciclici come consumer discretionary (+10%), materials (+20%) e industrials (+14%). Nel complesso, per l’S&P 500 è atteso un incremento degli utili del 14% nel 2026.
Il contesto macroeconomico contribuisce ulteriormente a spiegare l’ottimismo verso gli Stati Uniti. Gli indicatori anticipatori del ciclo — come l’ISM manifatturiero — sembrano aver completato, nella seconda metà del 2025, la fase di “bottoming”, lasciando spazio alla possibilità di un miglioramento nel 2026. A ciò si aggiunge la trasmissione ritardata dei tagli dei tassi, che tipicamente necessitano di circa 18 mesi per riflettersi pienamente sull’economia reale, sostenendo consumi e attività produttiva nei prossimi trimestri. Anche la debolezza del dollaro favorisce la redditività delle aziende quotate nell’S&P 500, considerando che circa il 42% dei loro ricavi deriva dall’estero.
Il settore finanziario potrebbe beneficiare inoltre di un contesto normativo più favorevole e di condizioni di credito via via meno rigide, che permetterebbero alle banche di utilizzare meglio il capitale e sostenere una crescita più robusta dei prestiti nel 2026. Un ulteriore impulso all’economia dovrebbe arrivare dal miglioramento del reddito disponibile delle famiglie grazie all’OBBA, e dal supporto offerto dal prezzo del petrolio più debole, entrambi fattori che dovrebbero contribuire a rafforzare i consumi nella prima parte dell’anno. Infine, la crescente diffusione dell’intelligenza artificiale potrebbe iniziare a tradursi in un reale incremento della produttività aziendale, contribuendo a migliorare la traiettoria degli utili.
La combinazione di questi elementi costruisce un quadro positivo per gli Stati Uniti, dove la dinamica degli utili potrebbe rivelarsi persino superiore alle attese correnti.
Europa: aspettative elevate, ma un contesto che resta fragile
Il quadro europeo è invece più incerto. Nel quarto trimestre del 2025, l’EPS dovrebbe registrare una contrazione del 3,7% su base annua, con un indebolimento diffuso tra i principali settori: i consumer cyclicals sono attesi in calo del 22%, gli industrials del 17% e l’healthcare del 10%. Fanno eccezione soltanto le utilities (+34,4%), l’energy (+6%) e i financials (+2,8%), insieme al real estate che beneficia di elementi straordinari.
Nel complesso, l’Europa dovrebbe chiudere il 2025 con una contrazione degli utili di circa il 2%. Un risultato debole, ma non così depresso da costituire una “base di confronto facile” come avvenuto in passato dopo shock profondi, quando la successiva ripresa degli utili era stata molto più marcata. Ed è proprio questo il nodo centrale: una crescita degli utili attesa del 12% nel 2026 appare ambiziosa, perché richiederebbe una forte accelerazione del ciclo economico che oggi non si intravede chiaramente nei dati.
Gli indicatori congiunturali non mostrano infatti segnali di un imminente cambio di passo. Il PMI composite, sceso ai minimi degli ultimi tre mesi, riflette un ritmo di crescita moderato, lontano dai livelli associati alle fasi di espansione più vigorosa. A questo si aggiunge il peso del rafforzamento dell’euro, che nel 2025 ha già inciso sulle stime e potrebbe continuare a farlo nel 2026, soprattutto per le società che solo ora iniziano a percepirne l’impatto dopo le coperture valutarie dello scorso anno.
Le proiezioni per il 2026 incorporano un forte rimbalzo della crescita degli utili dei consumer discretionary, che passerebbero da un –37% a un +51%, e un recupero dei settori più ciclici — materials, industrials, communication services e tecnologia. Tuttavia, gli attuali segnali macroeconomici non suggeriscono la presenza delle condizioni necessarie a sostenere una dinamica di utili così energica.
Un esempio della fragilità delle attese arriva dal settore difesa, che pure presenta un CAGR stimato di oltre il 20% al 2027, ma è stato di recente tra i comparti più colpiti dalle revisioni al ribasso. In un contesto di ciclo debole, anche le aree apparentemente più solide mostrano quanto le aspettative possano essere rapidamente ricalibrate.
In sintesi, con una base di confronto non particolarmente depressa, indicatori economici tiepidi e una valuta che tende a penalizzare gli utili, una crescita del 12% nel 2026 appare difficile da realizzare. È quindi plausibile che le stime vengano riviste gradualmente nel corso dell’anno, man mano che il quadro macro renderà più evidente l’assenza di una vera accelerazione.
Conclusioni: un approccio costruttivo e disciplinato all’azionario
Il quadro delineato dalle prime trimestrali e dalle stime di consensus evidenzia una convergenza di USA ed Europa verso attese molto positive che però è necessario contestualizzare in due quadri macro-economici ben differenti: gli Stati Uniti mostrano fondamentali solidi, un ciclo che si sta stabilizzando e diversi elementi potenzialmente favorevoli, come la politica fiscale espansiva e la politica monetaria in allentamento; l’Europa opera in un contesto più fragile, con stime sugli utili che rischiano di rivelarsi troppo ottimistiche rispetto alle condizioni macro attuali.
In un contesto in cui gli utili globali dovrebbero comunque rafforzarsi nel 2026, un approccio costruttivo ma disciplinato sull’azionario rimane del tutto razionale. La componente strategica resta favorevole all’asset class, ma sul piano tattico è importante calibrare l’esposizione alle diverse aree geografiche: un posizionamento neutrale sugli Stati Uniti, dove la visibilità sugli utili è buona ma le valutazioni richiedono attenzione, e più prudente sull’Europa, dove il rischio di revisioni al ribasso è più marcato. Emerge, quindi più chiaramente l’utilità di una vera esposizione globale realizzabile grazie ai Mercati Emergenti, che beneficiano di driver di crescita differenti e di un contesto di dollaro debole.
Non si tratta di ridurre l’esposizione azionaria complessiva, ma di calibrarla con intelligenza, privilegiando qualità, visibilità degli utili e settori con fondamentali coerenti con il contesto attuale.
In definitiva, la reporting season rafforza una visione costruttiva sul lungo periodo, ma invita al tempo stesso a una gestione selettiva delle geografie e dei settori, così da cogliere le opportunità offerte dagli Stati Uniti senza esporsi eccessivamente alle fragilità ancora presenti in Europa.

