Markets Strategy
La guerra e i mercati: come reagire al conflitto

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La guerra e i mercati: come reagire al conflitto

L’escalation delle tensioni geopolitiche tra Russia e Ucraina e la continua evoluzione degli eventi, accrescono l’incertezza sull’outlook globale in un momento in cui le banche centrali stanno mettendo in campo azioni per contrastare le pressioni inflazionistiche. La geopolitica è ora più importante della politica monetaria per le prospettive economiche e finanziarie.

Gli effetti economici diretti del conflitto in atto e delle sanzioni adottate interessano principalmente i due Paesi coinvolti nel conflitto, Russa e Ucraina, per i quali potrebbe prospettarsi anche una recessione. Il limitato peso di tali economie sul PIL mondiale (3% per la Russia e 0,4% per l’Ucraina) rende tuttavia poco significativo il conseguente impatto sulla potenziale crescita globale. Conseguenze di maggiore rilievo riguardano l’impatto indiretto del conflitto sui prezzi globali dell’energia e, di riflesso, sull’inflazione: se l’inflazione dovesse accelerare nei prossimi mesi a causa di rialzi persistenti dei prezzi dell’energia, invece di moderarsi come avrebbe probabilmente fatto in assenza di uno shock energetico, il picco inflazionistico post-Covid si trasformerebbe da fattore temporaneo in un potenziale elemento di rischio per la crescita. Tuttavia, l’impatto di un’ulteriore impennata inflattiva dovrebbe avere effetti ancora definibili come contenuti sulla crescita globale, non rappresentando un rischio di recessione.

Fonte: elaborazione interna

Le banche centrali e i governi dovranno confrontarsi con il trade-off tra un’inflazione che potrebbe sfuggire al controllo e una crescita in potenziale rallentamento. Ad oggi il mercato sconta un approccio meno hawkish da parte delle banche centrali, seppur rivolto ad una prossima normalizzazione delle politiche monetarie; negli USA le attese degli operatori dopo lo scoppio del conflitto confermano ancora un primo rialzo dei tassi a marzo, seppure di 25 pb e non di 50 come precedentemente ipotizzato, per complessivi 6 rialzi entro il 2022. Riguardo alle mosse della BCE, i mercati finanziari hanno spostato le stime per un primo rialzo dei tassi nel terzo trimestre del 2022, per complessivi 3 rialzi entro fine anno. Nel complesso, dopo l’escalation nel conflitto in Ucraina le banche centrali potrebbero valutare un approccio più cauto e in particolare la BCE, data la maggiore esposizione dell’Eurozona alla Russia, potrebbe dimostrarsi maggiormente prudente a non penalizzare la crescita.

La volatilità a cui si è assistito nelle ultime sedute induce a ritenere che i mercati finanziari globali non prezzassero uno scenario di guerra. Le valutazioni raggiunte sinora potrebbero già incorporare parte importante gli effetti economici negativi dell’attuale fase del conflitto: se le attese di un possibile spiraglio diplomatico dovessero vanificarsi non sarebbe da escludere ulteriore volatilità e potenziali nuovi drawdown.

I fondamentali del mercato azionario appaiono al momento ancora solidi: si è assistito principalmente ad una riduzione delle valutazioni, in particolare per i listini dell’Eurozona. Tuttavia gli attuali ribassi potrebbero non rappresentare il momento giusto per aumentare le esposizioni, perché non è ancora chiaro quali saranno gli sviluppi del conflitto; piuttosto l’occasione è opportuna per effettuare modifiche dell’asset allocation in chiave tattica alla luce del nuovo outlook sulle principali variabili economiche determinato dall’insorgere della crisi geopolitica.

I maggiori effetti negativi che la crisi energetica potrebbe avere sullo sviluppo economico dell’Eurozona inducono a ridurre il posizionamento da sovrappeso a neutrale per il mercato azionario europeo, privilegiando il mercato statunitense, che si è mostrato più resiliente dopo lo scoppio del conflitto, di cui si aumenta l’esposizione da neutrale a sovrappeso. A livello settoriale, le attese di ulteriore volatilità e di aumento dei prezzi energetici portano a ridurre la prociclicità degli investimenti azionari, orientandoli verso settori più difensivi come l’energy e l’health-care, considerando anche posizioni nelle commodity.

Anche nei momenti di massimo drawdown dei listini azionari, i mercati obbligazionari, seppur in corrispondenza di leggere riduzioni dei rendimenti, non hanno rappresentato una fonte di hedging: si conferma pertanto un sottopeso sull’asset class obbligazionaria.

La possibile debolezza dell’economia dell’Eurozona e dell’EUR porta a confermare l’implementazione di un’ampia diversificazione valutaria a favore dell’USD, a fronte di un’economia USA maggiormente resiliente, e delle valute legate alle commodities, NZD e AUD, o considerate “bene rifugio”, quali JPY e CHF.

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